Il “terzo tempo” fra Inter e Fiorentina di domenica scorsa
La Lega ha approvato il fair play in campo, obbligatorio da gennaio
L’unico, nel calcio, a sapere cos’è davvero il Terzo Tempo nel rugby, pare sia il presidente del Cagliari, Cellino: «Noi lo facevamo già a nostro modo, offrendo pane carasau e formaggio negli spogliatoi». Banchetto o spuntino, birra o champagne, il terzo tempo è quella cosa lì.
Fiorentina e Inter domenica hanno semplicemente eseguito quello che si chiama «corridoio» o «tunnel», l’omaggio vicendevole che a Ovalia si offrono in campo vincitori e vinti. Il minimo, si direbbe, ma nel calcio-paradosso di oggi l’impresa eccezionale è essere normali.
Straordinario è dunque sembrato ieri persino lo scontato dietrofront della Lega, che per bocca del suo presidente Matarrese ha applaudito alla cavata d’ingegno che in presa diretta, a qualcuno, era parsa inopportuna. «Abbiamo apprezzato l’iniziativa. Nel Consiglio che si terrà il 13 dicembre studieremo un cerimoniale in modo che tutte le società sappiano cosa fare». Diego della Valle ha testimoniato a favore: la telefonata di plauso di Matarrese gli era arrivata già alle 17 e 23 di domenica. Anche Giancarlo Abete, sponda Federcalcio, ha ribadito che il niet iniziale era solo una questione di metodo e di tempi stretti. Ora si parte: prima con la sperimentazione, da gennaio, pare, con l’obbligatorietà del «corridoio» per tutti. Habemus fair-play, dunque, e tutti gioiscono. Adriano Galliani e Carlo Ancelotti, il presidente juventino Cobolli Gigli, Francesco Totti e il presidente del Parma, Tommaso Ghirardi, con sintesi efficace: «Il rugby ci offre una lezione di correttezza. Sarebbe giusto prendere esempio da chi ha valori sportivi superiori».
Un filo più inquietante è scoprire che in Lega un progetto per istituire un saluto di fine partita esisteva già dal 2004, ma che era rimasto sepolto sotto le perplessità degli scettici. Sotto i «ma se lo facciamo una volta dobbiamo farlo sempre» e i «ma cosa succederebbe dopo una partita nervosa», e via mugugnando. La vera risposta a tutti i dubbi sta probabilmente nello stupore dei rugbisti davanti alla questione. Lo stupore di chi «corridoio» e Terzo Tempo, insieme a robuste dosi di cultura sportiva, ce li ha nel sangue. Il Terzo Tempo è un sentimento, un rito legato al concetto dei test-match, al senso di comunità che nasce dallo scontrarsi per incontrarsi, dal combattersi per riconoscersi.
Diversi, ma pari. La prima mischia è il momento dell’intimidazione, il Terzo Tempo quello della riconciliazione. I Lions britanici, nella loro tournée sudafricana del 1950, si portarono appresso un coro e la sera, dopo i test, gli appassionati andavano ad ascoltare musica perché faceva parte dell’evento. Perché era compreso in quel gioco più ampio che si chiama cultura. Gli All Blacks, amaramente sconfitti nella semifinale mondiale del 1999 dalla Francia (la storia si ripete), invece di rifugiarsi sotto la doccia aspettarono per un quarto d’ora abbondante sul prato i francesi persi nei giri di campo, solo per onorarli. Perché il rispetto è (dovrebbe essere) un valore non negoziabile. Ben vengano tutti gli strumenti per ricordarcelo, ma non facciamoci illusioni. Come la democrazia non si esporta con le bombe, l’educazione non si ottiene per decreto.